IL CARDELLINO
Severe suore pasciute o
magrissime, bionde o con i capelli bianchi ma sempre nascosti sotto il velo,
con rigore mi avevano insegnato a
leggere e a scrivere. A disegnare e a
suonare il primo strumento. A fare una coreografia, a recitare una poesia in
piedi di fronte ai ragazzi delle classi superiori, senza esitare, senza
incespicare con la memoria. Le salesiane
sono state la prima scuola di teatro e di scrittura creativa.
Svolsi un compito in classe, in
terza elementare. Quello di religione.
Dopo le due ore stabilite, consegnai i fogli protocollo piegati. Avevo
fatto in modo di scrivere il più chiaramente possibile, senza sbavare le linee,
anche se ho sempre avuto difficoltà a seguire una linea precisa su un
foglio. avendo finito prima dei miei
compagni, ancora chini son le penne sospese a mezz’aria, presi il piacere di
aggiungere un disegno che accompagnasse il tema. La Santa Pasqua si avvicinava. La mia insegnante prese il tempo di leggerlo, il mio tema,
mentre gli altri stavano ancora terminando. Finì, alzò gli occhi dal foglio a
righe. Mi guardò, profondamente, come non aveva mai fatto prima. Forse era in
collera. Il suo sguardo era inintelligibile. Ho capito in fretta da piccola era che alcuni
adulti, con molto poco, potevano perdere le staffe con i bambini. La mia
insegnante, dalla quale ho sempre ricevuto una forma di amore devotissimo, era una di quelle.
- Ora vieni
con me. Andiamo dalla superiora -.
Si alzò e non ebbi scelta. Durante le ore
trascorse nell’Istituto il mio destino era nelle mai di quella donna vestita di
nero, dallo sguardo severo che solo raramente mi accordava un sorriso. Da lei
ho imparato la perseveranza, la resistenza al lavoro. In genere se terminavo
per prima, ero costretta a cominciare un altro tema, o se c’erano dei bambini
assenti dovevo copiare le tracce dei temi sui loro quaderni per tenerli
aggiornati. L’imperativo era sempre lo stesso. Mai stare con le mani in mano.
Venni esortata a lavorare e a studiare in qualsiasi condizione
– Se sei
malata ed io non ci sono, scrivi un tema, fai delle operazioni di matematica,
fai un disegno, io te lo correggo ugualmente, ma Maria , se vuoi arrivare là, -
indicava la cattedra -, devi lavorare.
Mi metteva poi sotto il naso un
quaderno, ne sfogliava le pagine con irruenza e lo lasciava aperto, sotto il
mio naso, sulle pagine bianche.
– Hai
ancora tanto da imparare, avrai sempre tutto da imparare. Studia e prega.
Sempre - .
Quando mi
chiese di seguirla, lo feci con una terribile stretta allo stomaco. Nella piccola infanzia ho sempre percepito gli
adulti come frettolosi, le loro figure si profilavano spesso di spalle, mentre
a me piaceva osservare tutt’intorno. Per me quello che contava non era la meta,
era quello che succedeva durante le passeggiate con gli adulti, e ho sempre
sentito che fossero diretti verso
un’unica direzione.
Dopo esserle
stata dietro, ritrovammo la superiora. Era un donnone temibile che si occupava
quell’anno della 5° elementare. Suor Lina, la mia istitutrice ed io percorremmo
il lungo corridoio insieme, senza rivolgerci la parola. Cercavo di capire, di inquadrare il mio tema e i suoi contenuti in una delle due categorie
di cui ci avevano spiegato l’esistenza: Il Bene ed il Male, la purezza e il
peccato. Purtroppo non riuscivo ad attribuirne una ai miei temi. Erano scritti
correttamente, senza errori di ortografia e cercavo di ispirarmi ai racconti
del Vecchio testamento di cui mi avevano regalato un’edizione illustrata.
Suor Lina
bussò alla porta, la superiora ci fece entrare. Se Suor Lina interrompeva la
lezione un motivo buono doveva esserci. Cominciò sicura, col suo piglio
risoluto di grande oratrice:
- Maria ha
composto questo tema. –
Gli allievi si
voltarono verso di me, sino a quel momento non avevo destato la minima
attenzione, il nostro intervento fu motivo si distrazione dalla lezione in
corso.
- Maria, lasceremo dopo il disegno alla
Superiora. –
Suor Lina
tenne il rotolo processato nelle sue mani aprendolo, con l’immagine rivolta
agli astanti. Temetti di essere nella categoria del peccato perché per le
immagini prediligevo quelle della mitologia, dei libri che avevo diritto a
sfogliare nella biblioteca di casa. Forse Suor Lina aveva individuato le fonti
pagane e sarei stata severamente punita.
- Maria vuoi
spiegare adesso solo il senso di questa
immagine? – Io tremai. Sentivo il sudore colare in mezzo alle gambe, e il petto
premere contro l’abbottonatura sul davanti del mio grembiule bianco. Guardai
gli occhi di tutti i ragazzi seduti di fronte a me. Mi sembravano adulti, anche
se adulti non erano ancora, impenetrabili, inconsci anche loro come me della
mia presenza in quella classe nel bel mezzo della lezione. Cominciai timida,
poi sentii per la prima volta l’ebbrezza di poter parlare in pubblico per
raccontare una storia:
- Ecco questa è la storia di un cardellino, che
la sera del Venerdì Santo andò a posarsi sul braccio sinistro della croce di
Gesù. – con un gesto sicuro indicai il dettaglio sul disegno – Era così timido,
ma non aveva paura del morto - Credo proprio di aver usato l’espressione “del
morto”, che doveva essere il Cristo -, si avvicinò così tanto che il torso si
bagnò con il sangue. Gesù fu felice di quella visita inaspettata e trasformò il
suo sangue in piume rosse. – indicai il disegno successivo su cui c’era un
piccolo sgorbio pennuto dipinto in rosso e marrone
- Così nacque
il cardellino dalle piume rosse -.
Alla fine del
mio racconto ci fu un grande silenzio.
‘Che piccola
presuntuosa’, dovevano pensare i miei colleghi più grandi. La madre superiora, invece, sorrise
soddisfatta.
- Grazie Suor Lina, questa bambina farà
strada, c’è già una vocazione - . Lei intendeva religiosa, io avevo scoperto
quella teatrale.
Ci congedammo,
lasciando dietro di noi gli allievi più grandi che sarebbero ritornati agli
sforzi dei loro dettati complicatissimi. Ripercorremmo in senso opposto il
corridoio, in silenzio. Suor Lina sorrideva.
Non avevo deluso la mia insegnate, regista per caso della
rappresentazione della Quinta elementare.
Una volta
tornata in classe ripresi posto al mio banco. Poco distante da me, Silvia, la
mia bellissima compagna di banco mi chiese, a voce bassissima:
– Stai bene?
– io annui. Ci teneva alla mia
incolumità, per gli alunni difficili, dalle salesiane volavano le sberle e
Silvia le provava regolarmente. –Ma che
ti ha fatto fare? –
- Sono andata
in quinta e ho ripetuto il tema ai grandi.- le dissi in un sussurro, fra la vergogna e l'orgoglio.
– E perché?- ribadì
Silvia. L'evento era stato davvero inusuale.
– Non lo so,
ma secondo me sono ciucci, ecco perché. E poi la madre Superiora non é brava
come Suor Lina.- risposi io.
– E’ vero. Suor Lina legge il Vangelo, la
superiora no.- fu la sua spiegazione teologica dell'avvenimento.
Di nuovo Silvia mi sorrise,
mostrandomi per una volta la sua ammirazione e quando lei mi sorrideva approvandomi,
io ero la bambina più felice del mondo.