venerdì 9 febbraio 2018

Basilicata, mia Fukushima


Basilicata


Mia Fukushima

L’atomo é esploso

Lento invisibile invadente



Vacche magre

Si mangeranno lo stesso



Basilicata

Mia Fukushima

Acque inquinate

Pance polmoni

Ossa malate
midollo sbrecciato

gli agnelli cadono per primi
verranno i nostri più piccoli
a morire di stenti - croci, crocicci, anemie di altri tempi -



Basilicata

Mia Fukushima

Nessuno ti racconta,

né del ventre/sventrato

è terra negata

male invisibile

acque bevute

non ci si allontana
per chi non ha i mezzi.



Nessuna ti racconta,

né il ventre né i cieli,

ognuno prende.



I capi se ne vanno

mentono, acconsentono
ritornano parlano mentono
cancellano le liste umane 
si cancellano

La Storia senza archivi
si fa col presente 
ieri é niente.

- Si muore di NIENTE -

 Cancri inventati su registri assenti.


Basilicata

Mia Fukushima,

mancano i partigiani urbani

i morti cadranno lo stesso

i capi balleranno sui nostri crani

su quelli che ho amato/ da sempre


Basilicata

Una poesia non è niente,

ospedale -sanatorium - sul petrolio

disastro vivente.

lunedì 8 gennaio 2018

Bulloni


Bisogna stringere i bulloni della lingua

Se no il nastro passa, scappa, scivola,

La banda tirata stira allunga srotola



Dei piatti bisogna raccontare il bianco

Della porcellana, il grasso è digerito

Stanno abbandonati sulla tavola

Qualcosa ci hanno insegnato.



Sulle dita resta l’inchiostro

Impronte sulla macchina da scrivere riesumata.

Quanto tempo è stata addormentata?



Stridio di forchette stridio sterno soffocato

Ritorna sulla pagina, è fame che urla

Da un cuore inascoltato.




domenica 7 gennaio 2018

Sacchetto


Bisogna parlare dei sacchetti certo

Dei tagliandi delle bustine biodegradabili

Che proteggono i cibi

Portatori di giorni felici uguali assenti



Teste palloni mongolfiere di anni

Bugie silenzi teste sotto un sacchetto

Eccolo è ancora li’ trasparente costoso



Ci metto la testa/ nel sacchetto

Le caramelle nel sacchetto

Radio DJ: bimba,

pop corn carmelle rossana

ci metto il drive in nel sacchetto

Teste politiche nel sacchetto





Bugia di un paese morto. Il mio.



Mentre la gioia è sfilata

Sottovuoto morta irriconoscibile

dimenticata

La storia anche, sfasciata

Vent’anni sono passati

Ridotti ad un sacchetto.

Tagliando:

Dichiarazione di morte

Da due centesimi

Di un paese naufragato.












giovedì 13 luglio 2017

L'atelier - racconto bonsai (laboratorio di scrittura The School of Narrative Dance)


Nell’atelier del pittore, a Torino, ci sono tante tele.

 Dipinge soprattutto il mare. Lo dipinge, certo, ma senza onde. Lo dipinge con le parole. Invece della schiuma, dell’acqua, scrive senza sosta “mare – mare -mare -mare -mare” in un corsivo semplice, elementare, sistemandole in mille righe. Se ne impossessa con un blu chiaro,  molto chiaro. E non c’è sabbia quando dipinge il suo mare, solo una distesa di parole, chi lo sa, forse è il Mediterraneo?

 Buttata a mare, fra le parole-onde, una ragazzina gesticola:

- Presto! -  sembra voglia dire: - Venitemi a salvare!-

Su un altro quadro, invece incorniciato,  una folla di bagnanti, su una spiaggia dorata (ma sempre mal disegnata) sembra stia correndo: la mischia vorrebbe uscire dal quadro e gettarsi in mare. Correre verso di lei, rompendo la cornice, eseguendo lunghe bracciate. Chiudo gli occhi: i bagnanti in fila indiana, senza tergiversare, vanno verso la ragazzina. La terra è sempre più lontana. Uno di loro è più rapido, la raggiunge, l’abbraccia. Con un braccio poderoso la sostiene, con l’altro torna  a riva. La bimba è salva.

Il caso ha ben piazzato le tue tele, una accanto all’altra, nel bazar dell’atelier del pittore ignaro. La stanza nel suo disordine ora è illuminata da un raggio di sole dell’estate appena cominciata.

sabato 19 marzo 2016

Racconto #1 IL CARDELLINO

IL CARDELLINO


Severe suore pasciute o magrissime, bionde o con i capelli bianchi ma sempre nascosti sotto il velo, con  rigore mi avevano insegnato a leggere e a scrivere. A  disegnare e a suonare il primo strumento. A fare una coreografia, a recitare una poesia in piedi di fronte ai ragazzi delle classi superiori, senza esitare, senza incespicare con la memoria. Le salesiane sono state la prima scuola di teatro e di scrittura creativa.
Svolsi un compito in classe, in terza elementare. Quello di religione.  Dopo le due ore stabilite, consegnai i fogli protocollo piegati. Avevo fatto in modo di scrivere il più chiaramente possibile, senza sbavare le linee, anche se ho sempre avuto difficoltà a seguire una linea precisa su un foglio.  avendo finito prima dei miei compagni, ancora chini son le penne sospese a mezz’aria, presi il piacere di aggiungere un disegno che accompagnasse il tema. La Santa  Pasqua si avvicinava. La mia insegnante  prese il tempo di leggerlo, il mio tema, mentre gli altri stavano ancora terminando. Finì, alzò gli occhi dal foglio a righe. Mi guardò, profondamente, come non aveva mai fatto prima. Forse era in collera. Il suo sguardo era inintelligibile.  Ho capito in fretta da piccola era che alcuni adulti, con molto poco, potevano perdere le staffe con i bambini. La mia insegnante, dalla quale ho sempre ricevuto una forma di amore devotissimo,  era una di quelle.
- Ora vieni con me. Andiamo dalla superiora -.
 Si alzò e non ebbi scelta. Durante le ore trascorse nell’Istituto il mio destino era nelle mai di quella donna vestita di nero, dallo sguardo severo che solo raramente mi accordava un sorriso. Da lei ho imparato la perseveranza, la resistenza al lavoro. In genere se terminavo per prima, ero costretta a cominciare un altro tema, o se c’erano dei bambini assenti dovevo copiare le tracce dei temi sui loro quaderni per tenerli aggiornati. L’imperativo era sempre lo stesso. Mai stare con le mani in mano. Venni esortata a lavorare e a studiare in qualsiasi condizione
– Se sei malata ed io non ci sono, scrivi un tema, fai delle operazioni di matematica, fai un disegno, io te lo correggo ugualmente, ma Maria , se vuoi arrivare là, - indicava la cattedra -,  devi lavorare. Mi metteva poi  sotto il naso un quaderno, ne sfogliava le pagine con irruenza e lo lasciava aperto, sotto il mio naso,  sulle pagine bianche. 
– Hai ancora tanto da imparare, avrai sempre tutto da imparare. Studia e prega. Sempre - .
Quando mi chiese di seguirla, lo feci con una terribile stretta allo stomaco. Nella piccola infanzia ho sempre percepito gli adulti come frettolosi, le loro figure si profilavano spesso di spalle, mentre a me piaceva osservare tutt’intorno. Per me quello che contava non era la meta, era quello che succedeva durante le passeggiate con gli adulti, e ho sempre sentito che  fossero diretti verso un’unica direzione.
Dopo esserle stata dietro, ritrovammo la superiora. Era un donnone temibile che si occupava quell’anno della 5° elementare. Suor Lina, la mia istitutrice ed io percorremmo il lungo corridoio insieme, senza rivolgerci la parola. Cercavo di capire, di inquadrare il mio tema e i suoi contenuti in una delle due categorie di cui ci avevano spiegato l’esistenza: Il Bene ed il Male, la purezza e il peccato. Purtroppo non riuscivo ad attribuirne una ai miei temi. Erano scritti correttamente, senza errori di ortografia e cercavo di ispirarmi ai racconti del Vecchio testamento di cui mi avevano regalato un’edizione illustrata.
Suor Lina bussò alla porta, la superiora ci fece entrare. Se Suor Lina interrompeva la lezione un motivo buono doveva esserci. Cominciò sicura, col suo piglio risoluto di grande oratrice:
- Maria ha composto questo tema. –
Gli allievi si voltarono verso di me, sino a quel momento non avevo destato la minima attenzione, il nostro intervento fu motivo si distrazione dalla lezione in corso.
 - Maria, lasceremo dopo il disegno alla Superiora. –
Suor Lina tenne il rotolo processato nelle sue mani aprendolo, con l’immagine rivolta agli astanti. Temetti di essere nella categoria del peccato perché per le immagini prediligevo quelle della mitologia, dei libri che avevo diritto a sfogliare nella biblioteca di casa. Forse Suor Lina aveva individuato le fonti pagane e sarei stata severamente punita.
- Maria vuoi spiegare adesso  solo il senso di questa immagine? – Io tremai. Sentivo il sudore colare in mezzo alle gambe, e il petto premere contro l’abbottonatura sul davanti del mio grembiule bianco. Guardai gli occhi di tutti i ragazzi seduti di fronte a me. Mi sembravano adulti, anche se adulti non erano ancora, impenetrabili, inconsci anche loro come me della mia presenza in quella classe nel bel mezzo della lezione. Cominciai timida, poi sentii per la prima volta l’ebbrezza di poter parlare in pubblico per raccontare una storia:
 - Ecco questa è la storia di un cardellino, che la sera del Venerdì Santo andò a posarsi sul braccio sinistro della croce di Gesù. – con un gesto sicuro indicai il dettaglio sul disegno – Era così timido, ma non aveva paura del morto - Credo proprio di aver usato l’espressione “del morto”, che doveva essere il Cristo -, si avvicinò così tanto che il torso si bagnò con il sangue. Gesù fu felice di quella visita inaspettata e trasformò il suo sangue in piume rosse. – indicai il disegno successivo su cui c’era un piccolo sgorbio pennuto dipinto in rosso e marrone
- Così nacque il cardellino dalle piume rosse -.
Alla fine del mio racconto ci fu un grande silenzio. 
‘Che piccola presuntuosa’, dovevano pensare i miei colleghi più grandi.  La madre superiora, invece, sorrise soddisfatta.
 - Grazie Suor Lina, questa bambina farà strada, c’è già una vocazione - . Lei intendeva religiosa, io avevo scoperto quella teatrale.
Ci congedammo, lasciando dietro di noi gli allievi più grandi che sarebbero ritornati agli sforzi dei loro dettati complicatissimi. Ripercorremmo in senso opposto il corridoio, in silenzio. Suor Lina sorrideva.  Non avevo deluso la mia insegnate, regista per caso della rappresentazione della Quinta elementare.
Una volta tornata in classe ripresi posto al mio banco. Poco distante da me, Silvia, la mia bellissima compagna di banco mi chiese, a voce bassissima:
– Stai bene? –  io annui. Ci teneva alla mia incolumità, per gli alunni difficili, dalle salesiane volavano le sberle e Silvia le provava regolarmente.  –Ma che ti ha fatto fare? –
- Sono andata in quinta e ho ripetuto il tema ai grandi.- le dissi in un sussurro, fra la vergogna e l'orgoglio.
– E perché?- ribadì Silvia. L'evento era stato davvero inusuale.
– Non lo so, ma secondo me sono ciucci, ecco perché. E poi la madre Superiora non é brava come Suor Lina.- risposi io.
 – E’ vero. Suor Lina legge il Vangelo, la superiora no.- fu la sua spiegazione teologica dell'avvenimento.
Di nuovo Silvia mi sorrise, mostrandomi per una volta la sua ammirazione e quando lei mi sorrideva approvandomi, io ero la bambina più felice del mondo.


mercoledì 12 marzo 2014

Così come tu vuoi

Così come tu  vuoi

E’ cosi che tu mi vuoi
testa china
voce bassa
Con la schiena curva

Di schiena

Curva

È così che tu mi vuoi
collo spezzato
un filo di voce

 gesti antichi
L’ago in mano

spazio
Che io non so’ dare

È così che tu mi vuoi
Leggera
Filiforme

Così bella
Con le labbra gonfie
Con le braccia aperte
Con i gesti rapidi
Senza domande

Solo con risposte
I dove i come

Senza interrogativi
eterno presente

È così che tu mi vuoi ora e sempre
Senza rivolte

Con il sorriso
Con il silenzio su misura

Senza di noi

Come tu mi vuoi
È li dove io muoio.


 Parigi, febbraio 2013